L’universo tutto infinito

fuori e dentro di noi

PALAZZO ALTIERI
ORIOLO ROMANO

aprile – ottobre 2006

Grafica Romana. Roma

testi
Anna Maria Affanni
Rosa G. Cipollone
Hilary Gatti
Antonio Di Micco
Cristina Danese
Immacolata Mancuso
Diletta Zerilli

 

scrittura internada “DAL NOTO ALL’IGNOTO, DAL FINITO ALL’INFINITO”

Giordano Bruno. L’universo tutto infinito, fuori e dentro di noi: il titolo della mostra è una affermazione deduttiva a suo modo ardita, perché dice che l’idea dell’infinitezza dell’universo poteva partire solo da una mente talmente libera da vincoli e pregiudizi da avere di se stessa e delle proprie potenzialità una idea di illimitatezza, di infinito appunto.
E a rendere la filosofia bruniana ancora più complessa e di una attualità sconcertante c’è il fatto che alla concezione di infinito si intreccia di continuo l’idea di una dimensione relativistica della realtà.
Come cercare di capire tanta genialità, quella che ha stimolato Roberta Pugno alla creazione di immagini davvero originali, nel loro fluttuare tra sogno, storia e realtà?
Un modo, forse, è quello di andare a vedere cosa è accaduto prima, cosa ha preceduto la vita breve e intensa del filosofo nolano. Scopriamo allora che il periodo che va dalla fine del ‘400 alla metà del ‘500 fu un periodo ricco, se non proprio di idee, certamente di intuizioni. Un periodo che iniziò con una scoperta unica nella storia, quella nata dal coraggio di spingersi là dove nessuno aveva mai osato andare: oltre le Colonne d’Ercole…
…Con un rifiuto dell’esistente davvero eccezionale , Colombo decise di affrontare l’ovest, la dimensione della notte, del sonno, del sogno, possiamo dire del non cosciente.
Gli esploratori e i navigatori infatti si erano sempre spinti a est, a oriente, là dove il sole che sorge rimane punto di riferimento per tutta la giornata.
Quindi l’est era la veglia, la conoscenza guidata dai cinque sensi e dalla ragione: si sapeva, si vedeva dove si stava andando, dove si era e come si poteva tornare indietro.
Verso est si era spinto Ulisse, e verso oriente si era diretto Marco Polo.
Il viaggio di Colombo si basò essenzialmente su una grande intuizione che difese per tutta la vita.
Ma il rifiuto non fu totale.
Come spaventato dall’enormità della sua scoperta, Colombo fece immediatamente un passo indietro, continuò a dire di aver raggiunto le Indie e, proprio lui che aveva distrutto credenze di sempre, divenne, nell’ultimo periodo della sua vita, religiosissimo.
Nonostante questo, il suo viaggio rimane la prova di quanto la conquista di uno spazio esterno comporti subito l’ampliamento e qualche volta il rovesciamento dello spazio interno.
Come se l’uomo, aprendo varchi alla conoscenza e alle sensazioni derivanti da un nuovo spazio fisico prima di allora sconosciuto, riuscisse anche a creare una nuova conoscenza di sé.
Possiamo arrivare a dire che ad un aumento dello spazio esterno corrisponde inevitabilmente un aumento dello spazio interno e che la scoperta del nuovo mondo non fu solo una rivoluzione materiale, ma un momento fondamentale della crescita del pensiero umano.
Cristoforo Colombo spostò dunque il confine materiale verso una terra nuova e sconosciuta, lacerò i limiti di una conoscenza umana prigioniera delle credenze, spinse il pensiero dal conosciuto all’ignoto, Giordano Bruno, con ancor più coraggio, sposterà il confine del pensiero dal finito ad una dimensione infinita.
Entrambi tesi verso il mondo della fantasia, forse verso il mondo dell’intelligenza inconscia, l’unica capace di dare all’uomo la libertà di creare l’infinito fuori e soprattutto dentro di sé.

Antonio Di Micco

da “DAL NOTO ALL’IGNOTO, DAL FINITO ALL’INFINITO”

…l’elemento tonale è di importanza fondante nel cromatismo della Pugno. La sua pittura, che nasce come astrazione, mantiene costante nella sua matericità la sperimentazione sul colore. Si tratta spesso di un ritornare e rielaborare il modello del monocromo, pure caro ad un artista che nella materia ha il suo medium espressivo d’elezione, come il Burri dei grandi Cretti. Ma un monocromo rivisitato alla luce di mille e mille sfumature, variazioni, giochi di luci e di ombre: dell’esperienza tonale rimangono accenni, e come le vibrazioni della materia percorrono la superficie dell’opera, così anche il colore non può essere steso per campiture piatte, ma quasi si lascia vedere per accenni, per ombre, per velature che ora si scostano ora si sovrappongono a scoprire più che comporre l’immagine.
Il colore si fonde con la materia, e questa combinazione viene esemplificata dal ricorrere di alcuni elementi cromatici forti: i rossi caldi e profondi del coraggio dell’Eroe, i blu e gli azzurri della materia dello spazio infinito bruniano ma che sembrerebbero anche il sussurro dell’acqua (peraltro titolo di un’opera del 1998). E soprattutto il marrone della materia originaria e della terra, e l’oro e il bronzo, che del marrone sono una declinazione ma che allo stesso tempo sono materia essi stessi.
Lo vediamo in Porte dell’invisibile o in De magia naturali dove l’artista allude e rimanda forse in modo più evidente al dato di realtà, pur non arrivando mai a fingere apertamente l’oggetto della rappresentazione. La predilezione per questi colori-materie è ancora più evidente nel dittico Amor… ch’apre le porte di diamante nere, dove entrano in scena il nero caldo delle Combustioni di Burri, o l’esplorazione delle possibilità pittoriche del legno modificato dal fuoco di Nunzio: si tratta qui del carbone di una fucina da cui scaturisce l’esplosione di oro e di tasselli di mosaico che rivelano un volto femminile di matrice insieme terrestre e sensuale.
Questa pittura densa di colore e di materia, che si avvale dell’uso di sabbie e di colle, supera il supporto bidimensionale, si proietta verso l’osservatore, invade l’ambiente e ne cattura la luce, che non è mai netta ma tessuta di ombre e bagliori. Lo spazio pittorico viene strutturato tramite la sovrapposizione di materie sul supporto, di spessi strati di colore scelto per il suo valore tattile e cromatico, che spesso impedisce una distinzione netta tra forma e spazio.
La forza plastica delle immagini si impone all’attenzione, nelle opere astratte come in quelle figurative.
È stato giustamente detto che astrazione e figurazione si compenetrano fino a far emergere l’immagine dalla materia, nell’unità bruniana di vita e materia infinita…

Cristina Danese

da “UN’INTERVISTA”

Letteratura, archeologia, storia, filosofia: come hanno trovato una strada espressiva comune questi interessi tanto differenti tra loro e come si legano al suo essere pittrice?
Sono interessi solo apparentemente molto diversi, in realtà hanno una matrice comune, cioè studiano tutti l’essere umano, si chiedono chi è, quale è la sua storia, come si esprime. Da una parte ci sono i miei studi classici e filosofici, e dall’altra c’è il fatto che dell’essere umano mi ha colpito da sempre la sua capacità di creare immagini. Per cui la mia pittura, più che seguire un percorso prestabilito, nasce da una dimensione, come dire, di “assecondamento” di quanto mi viene da dentro.
In che modo si è avvicinata alla pittura?
Direi che è la pittura che si è avvicinata a me! È come se fosse sempre stata dentro di me… Sin da bambina avevo l’esigenza di esprimermi, di fare uscire concretamente i miei mondi fantastici, o semplicemente avevo voglia di dire come vedevo le cose o le persone. Così i disegni e i ritratti che nascevano spontaneamente sul foglio erano il mio mezzo di comunicazione preferito, a volte l’unico, ma io lo consideravo un dono.
Come nasce la sua ispirazione e la scelta dei temi?
Me lo chiedo anch’io da dove nasce l’“ispirazione”, quella “insorgenza interna” che ti porta a fare una cosa che prima non c’era. Direi che la passione nasce da movimenti interni a noi sconosciuti, nel senso che non li possiamo determinare prima, ma che sono reali, presenti, a volte prepotenti, e che creano una spinta a liberare le sensazioni e le dimensioni più profonde.
Per quel che riguarda i temi, i miei cicli… tutti in fondo ruotano intorno al problema della conoscenza. Qual è poi il rapporto tra pittura e conoscenza, è un discorso molto complesso
Che legame c’è tra la sua pittura e la sua realtà, la sua vita?
Se la domanda si riferisce al rapporto con la realtà, diciamo, percettiva, quella della coscienza, le mie immagini, credo, colgono gli stimoli della realtà esterna, ma poi li deformano, un po’ come succede nei sogni, per cui la matrice a volte è appena riconoscibile, ma spesso la reazione va, come dire… per conto suo. E allora un incontro, un pensiero o addirittura una storia d’amore diventano quasi un pretesto.
La vita… la mia vita personale si intreccia fortemente con la pittura, nel senso che se sto bene o mi fanno stare bene dipingo in un certo modo, se sto male, in un altro. Ma non è detto che ad un dolore corrispondano immagini buie e cupe, anzi, a volte ti escono immagini leggere e fresche.
Deve essere per un discorso di resistenza e di vitalità; non certo per la banale idea di compensazione.
La leggerezza e il movimento o ci sono o non ci sono.
Nella società attuale molte donne, nel loro legittimo desiderio di emancipazione, tendono a negare le differenze tra i sessi e a ricalcare spesso schemi comportamentali maschili. In gran parte delle sue opere troviamo invece riferimenti al principio maschile e a quello femminile, intesi come elementi differenziati e quasi antitetici. Nella sua visione questi due principi sono opposti ma complementari come lo sono nella filosofia taoista, lo yin e lo yang?
Una cosa è l’emancipazione, che riguarda la sfera sociale e professionale, e lì si deve essere tutti uguali, un’altra cosa è l’identità personale in cui ognuno è diverso, e questo tanto più tra uomo e donna. Quelli che tu chiami principio femminile e maschile sono realtà assolutamente diverse, e quanto più sono, diciamo, se stesse, tanto più sono differenti, e per complicare le cose, tanto più sono diverse e tanto più si attirano, si piacciono… Insomma, tornando a noi, posso dire che la mia ricerca pittorica sull’immagine femminile e maschile, questo tema uomo-donna, è vero, forse ha un legame con la filosofia, con un discorso scientifico,… penso a quel concetto secondo cui ci può essere conoscenza solo se il soggetto che fa ricerca non coincide con l’oggetto che è indagato. Se qualcosa è uguale a te, non lo puoi conoscere, solo il diverso può essere oggetto della conoscenza e…, se posso dirlo, dell’amore.
Deve essere per questo che ho voluto dare un’immagine femminile persino a Giordano Bruno, cioè mettere in una mostra di opere sul pensiero bruniano, volti di donna.
Come è nato il ciclo sulla controversa figura di Giordano Bruno?
Penso che la natura umana sia positiva, anzi, penso proprio che sia sana. Meglio, l’essere umano nasce sano, poi eventualmente si ammala… cioè sono convinta che la spinta dell’uomo in generale sia di andare verso qualche cosa, e in particolare verso l’altro essere umano, per cui se uno ha di più, non è detto che lo usi contro l’altro… È da questi pensieri che nasce il mio amore per gli “sciamani”, per gli “eroi”, per coloro che, trovandosi, per fortuna o per crescita personale, un di più, lo danno agli altri. Si tratta ovviamente di un’idea assolutamente in antitesi con la teoria dell’homo homini lupus.
Il geniale Giordano Bruno era tanto generoso quanto coraggioso, non solo perché rifiutando di abiurare, andava consapevolmente incontro alla morte, ma perché considerava, lasciamelo idealizzare per un attimo, le sue idee una sorta di bene collettivo da difendere più della sua stessa vita.
Nel De gli eroici furori Giordano Bruno elogia il “furioso”, cioè chi ricerca eroicamente la verità e non obbedisce ad altri impulsi se non a quelli razionali, contempla – uso il suo linguaggio – la natura come unità e infinità e supera tutte le distinzioni che inquinano la vera fonte di conoscenza, cioè l’intuizione del principio unico dell’universo. Lei come si pone rispetto a tutto ciò, si sente una “furiosa”?
Sì, sono una “furiosa” nel senso bruniano… Mi stava venendo in mente che anche Ludovico Ariosto usa il termine furioso per parlare di Orlando, ma lì ha il significato negativo di pazzo, folle…
Però devo contestare la domanda.
Per Giordano Bruno l’“eroico furore” è un impulso appassionato e, diciamo, irrazionale che non ha niente a che vedere con la ragione e la razionalità. Quando usa il termine ragione intende mente, o intelletto. Aveva l’assoluta certezza che non era l’approccio razionale quello che faceva avvicinare alla verità.
Un discorso diverso vale per il De umbris idearum, testo in cui Bruno parla non tanto di un percorso verso la conoscenza attraverso la ragione, quanto di quello che Hilary Gatti propone come metodo dell’approssimazione. Nel De umbris idearum è detto che la conoscenza avviene attraverso l’ombra dell’oggetto, l’immagine e quindi l’idea dell’oggetto.
Che ruolo ricoprono nelle sue creazioni il lavoro con la materia e l’uso del colore?
Non so mai se sia più importante la materia o il colore; ho come l’impressione che la materia sia colorata. Le superfici in cui vi è un rosso, sono aree di fuoco, mentre se invece emerge un blu o un azzurro, c’è la sensazione dell’attraversare. Attraversare l’aria? L’acqua?
Nelle sue tele, forme e diverse materie sovrapposte danno l’idea, la percezione, l’ombra, dell’essere umano. Tutto questo lascia ampio spazio all’immaginazione che plasma e fa emergere l’immagine da un fondo indefinito come da un magma remoto e misterioso. Ricerca il principio vitale della creazione?
Santo cielo che domanda! Provo ad usare altri termini… Direi che, certo, è da sempre che cerco la vitalità che è all’origine della creatività, posso dire che io lavoro, per quel che riguarda la mia visione del mondo o l’essere umano, nell’indeterminato e nell’indistinto. Per me l’immagine nasce principalmente dall’indeterminatezza.
E qui si deve proprio citare Giordano Bruno: “In comune il pittore e il filosofo hanno il compito di contornare con linee l’ombra di un corpo umano”.
Lei ama molto la geometria. Penso a Realtà originaria o a Disco solare. Ama le forme pure? E che elaborazione ha avuto il trittico intitolato Sustanza sensitiva?
Mi interessano gli archi di cerchio più che il cerchio… e non sono particolarmente attratta dalle cosiddette figure geometriche pure.
Così nel trittico ho voluto esprimere una dimensione non tanto spaziale quanto piuttosto temporale: una certa geometria si ingrandisce, poi ritorna piccola, poi diventa un angolo, e alla fine si accende di un minuscolo fuoco. Ecco, prima si parlava di raccontare: con le forme astratte io racconto così.
Per Giordano Bruno “la forma è l’anima universale la cui facoltà primaria è l’intelletto che è il vero fabbro del mondo”. Condivide questa affermazione?
Certo, anche se mi interroghi su una frase molto complessa. Ti rispondo con un’altra proposizione di Bruno, questa invece limpidissima “Riguardo alle cose potenti tutte mutarono a modo loro, ve ne è una sola che muta a modo suo tutte le cose: la fantasia dell’uomo”.

Diletta Zerilli

da “UN PERCORSO ATTRAVERSO L’INFINITO”

La mostra, ospitata nelle sale riservate alle esposizioni d’arte contemporanea del Museo di Palazzo Altieri, ripercorre una parte dell’attività artistica di Roberta Pugno compresa tra il 1997 e il 2006.
Scopo della rassegna è di raccontare, attraverso le immagini, il pensiero filosofico di Giordano Bruno e di celebrare il valore supremo della libertà di pensiero.
Proseguendo nel suo costante interesse per l’essere umano e la sua storia, dopo esperienze atistiche dedicate a personaggi come il re sumero Gilgamesh o gli eroi dell’Orlando Furioso, la pittrice punta l’attenzione sul filosofo nolano che, mettendo in discussione le tradizionali convinzioni cosmologiche basate sulla finitezza del mondo e sul geocentrismo, sovvertì il modo di concepire il cosmo e la figura dell’uomo.
Il percorso espositivo, ordinato tematicamente ( un gruppo di opere richiama i trattati filosofici, un altro gruppo cita il pensiero di Bruno”, è un coinvolgente cammino attraverso l’infinito universo bruniano, dove tutte le cose, compreso l’uomo, sono costituite dalla stessa materia e hanno un’anima e un intelletto.
Le immagini, in parte astratte in parte figutarative, racchiudono espressioni dell’inesauribile mutamento della natura che, spinta e mossa perennemente dal vivo spirito presente in essa, si muodifica acquistando sempre forme nuve.
La trasformazione degli elementi del cosmo percorre le superfici delle opere attraverso la densa e “animata” materia che, accompagnata dal “pulsante” colore, diventa il mezzo espressivo dell’assoluta unità tra le cose…

Immacolata Mancuso

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