Materia Infinita

immagini per Giordano Bruno

SALA MOSTRE & CONVEGNI GANGEMI EDITORE
ROMA

maggio – giugno 2011

Gangemi Editore

testi
Rosa G. Cipollone
Antonio Di Micco
Maria Mantello
Fulvio Iannaco

materia-infinitada “PRESENTAZIONE”

Periodicamente Roberta Pugno propone i nuovi risultati della sua ricerca sul pensiero libero di Giordano Bruno, primo filosofo del pensiero moderno che determinò la fine della visione antropocentrica dell’uomo nell’universo, e delle certezze speculative accademiche e dogmatiche.

L’attività creativa che l’artista svolge a partire dal 2003 si configura come un ciclo pittorico di ricerca e riflessione, un work in progress avanzato. La passione nell’indagare e nel comunicare le idee rivoluzionarie di Giordano Bruno mostra il suo impegno nel difendere il valore laico della libertà di pensiero, valido soprattutto in questa epoca di smarrimento, definita da Umberto Galimberti età della technè, perché la tecnica non tende a uno scopo, non svela verità,…”funziona” soltanto.

C’è invece sempre qualcosa di misterioso, un confine vago nel rapporto tra arte scienza e conoscenza, e Roberta seguendo quasi filologicamente il pensiero di Giordano – di cui testi e frasi diventano titoli delle opere stesse – con sensibilità e sicurezza di chi conosce la materia, il suo senso vitale tra organico e inorganico, le mutazioni, le analogie rivelatrici, ci conduce con sublime coerenza espressiva alle visioni della materia nelle sue infinite mutazioni vicissitudinali, in un viaggio che oserei dire quasi iniziatico.

Solo alcune immagini sono evocative della vicenda storica di Bruno, in esse emerge la capacità espressiva degli elementi della sua segregazione in forma simbolica, denunciando la drammaticità sociale di quell’epoca e l’inettitudine di quei mezzi rispetto alla forza dirompente di idee tanto rivoluzionarie. Si susseguono in un continuum conoscitivo visioni del mondo e dell’uomo, di una materia in apparente entropìa, articolata in una estesa e labirintica trama di sapienti aggregazioni e forme geometriche, diverse e inconsuete, ma efficaci. Tutto ha pari dignità. Roberta Pugno penetra questa materia magmatica, densa di grumi di intelligenza, ci mostra un cosmo infinito etereo percorso da  bagliori di mondi e un universo fatto di estese superfici cromatiche tonali, nei colori della materia primordiale, sfumata opaca ombrosa, ma vibrante al lumen del filosofo. Solo occasionalmente la luce appare emergere tracciando sottili percorsi.

Sono forse questi i percorsi intellettivi della conoscenza umana, penetranti ma ancora esilissimi, un nulla rispetto alla vastità e complessità di questa materia, ove più che la ragione, sembra essere la sola intuizione a guidare l’intelletto umano, ad aprire nuove strade, a conquistare nuove frontiere di sapere, a formulare altre ipotesi di scienza, altre matematiche, altre geometrie e forme, per avvicinarsi all’ombra della veritas bruniana. Vengono in mente le attuali teorie della quantistica, della relatività e dei frattali, che hanno contraddetto conoscenze fino ai nostri giorni ritenute inconfutabili.

In questa provvisorietà solo il dono dell’intuizione calma l’ansia dell’ignoto della natura umana nei confronti della incommensurabilità di un “universo mondo intelligente”. E l’intuizione collega le due forme di pensiero della scienza e dell’arte, e precede il pensiero filosofico alla guida dell’intellegibilità della materia.

Rosa G. Cipollone

 

 

da “ALTRI PASSI UN GIORNO SAREBBERO RISUONATI”

 

Fra l’orribile carcere in Tor di Nona dove era stato recluso e Campo dei Fiori c’era allora, e c’è oggi, meno di un chilometro di strada, un quarto d’ora al massimo a un passo normale. In quell’alba del 17 febbraio 1600, anno santo, la processione che conduceva il filosofo incatenato al supplizio dovette passare prima sotto Santa Maria della Pace, la chiesa che Sisto IV aveva fatto edificare là dove più di cento anni prima una immagine della Madonna aveva miracolosamente sanguinato, poi percorse via del Pellegrino, nella direzione opposta a quella che tutti i giorni tanti pii devoti percorrevano verso San Pietro in cerca di consolazione e salvezza per le proprie anime piagate, fino a giungere alla piazza. L’ultima.

Non ci sarebbe stata consolazione invece, né salvezza per lui.

Giordano ha dovuto indossare un saio penitenziale, sanguina per la mordacchia che gli hanno serrato sulla bocca “per le bruttissime parole che diceva”, in modo che si possano sentire soltanto le fastidiose litanie dei frati. Essi per quelle litanie sanno di avere la forza e il diritto di ucciderlo. Pubblicamente. Lui, la sua morte l’avrebbe dovuta subire; l’avevano costretto. Di fronte alla Inquisizione di Venezia, per salvarsi e continuare a vivere, aveva anche abiurato, e a Roma, nel lunghissimo processo e fra i tormenti subiti, aveva abilmente mistificato e mentito. Non riconosceva loro alcuna autorità, e dava invece la massima importanza alla propria vita, ma alla fine si era reso conto che avrebbe dovuto cedere. Perché solo così la sua immagine e la sua opera sarebbero vissute e per sempre, le sue idee avrebbero continuato a far nascere e ad alimentare i pensieri e le opere di tutti coloro che nei secoli ne avrebbero conservato la memoria. La coerenza e il coraggio di saper essere se stesso avrebbero impedito che le sue idee finissero nell’oblio o al massimo nelle carte di pochi sterili studiosi. Ora invece una grande statua lo ricorda in quello stesso luogo del supplizio nel centro di Roma, e un’altra nel cuore di Berlino, nella Potsdamer Platz.

Oggi tutte le ragazze e tutti i ragazzi sanno di lui.

Anche i suoi feroci nemici lo capirono: non sarebbe bastato averlo ucciso, lui il più fiero nemico del cristianesimo. E la storia del pensiero dei secoli che seguirono, dopo quell’anno santo insanguinato, può essere letta e può svelarsi, se la sappiamo interrogare, come una storia di almeno tre diverse e complesse modalità di un tentato radicale annullamento di ciò che era stato.

Tutte fallite, per la verità, se siamo qui a scriverne e a parlarne, se la pittura di Roberta Pugno può essere esposta e amata.

 

Giordano Bruno per la prima volta nella storia del pensiero umano aveva costituito un pericolo reale – mortale? – per il cristianesimo, che fin dai tempi di Tessalonica aveva iniziato a costruire il proprio dominio per sottomettere tutto il pianeta. Dotti e cardinali, perversi nemici della felicità delle donne e degli uomini, ma non in sé stupidi, avevano percepito la minaccia.

Ora lui moriva, solo. Ma altri, un domani, non avrebbero potuto forse arrivare a pensare che la visione del filosofo fosse reale? Che il Cristo, mite predicatore dell’amore e della rinuncia a sé, fosse solo un “tristo” e un “impostore”? Che le donne e gli uomini, le “forme”, potessero cercare la propria realizzazione senza più temere la minaccia di un dio inventato, alieno al mondo, un giudice autistico, nulla nel nulla, accusatore di una “colpa” originaria per la quale è obbligatorio sottomettersi?

La scoperta e la percezione della realtà di un mondo più vasto, continenti di donne e uomini là dove non era previsto che ce ne fossero, aveva già cominciato a far vacillare il castello di menzogne: se qualcosa di impensato e di impensabile si era dimostrato così reale, forse anche la libertà e la gioia – non meno impensabili, prima – avrebbero potuto essere reali, un giorno?

Giordano, così, cammina verso il supplizio. Percorre via del Pellegrino e nella solitudine del suo cammino, lontano dal profumo del corpo di donna con cui aveva unito calore e respiro in un attimo infinito dove non esiste la distinzione (così cara alla patristica e alla scolastica) fra anima e corpo, forse Giordano poteva immaginare le masse di devoti che tutti i giorni percorrevano la direzione opposta verso la protettiva materna ombra di San Pietro. Ma sapeva, forse, che, affinché un giorno passi diversi di altri uomini e donne coraggiosi come lui facessero risuonare quella medesima via, adesso era necessario il prezzo orribile del suo supplizio.

No! «Avete più paura voi!»: e i chierici lo sapevano. Non bastava bruciare il corpo di un uomo per annullare un simile pericolo. I migliori cervelli dei secoli successivi vennero messi al lavoro per confermare la verità del cristianesimo e la scissione originaria – creata – fra corpo animale e anima immortale spirituale, come unica verità. Una regia segreta si mise all’opera per rafforzare e confermare quanto era sempre stato, e per sempre avrebbe dovuto essere. L’antropologia cristiana della scissione andava resa l’unico pensabile.

Obbedienti in tanti, si mossero dunque, da tre direzioni.

E vennero, obbedienti, coloro che orgogliosi del proprio acume nel ricercare e nello svelare i segreti della natura non umana, confermarono (e confermano) per totale assenza di qualsiasi immagine alternativa dell’uomo, che il mistero da indagare era solo in essa, nella natura non umana. Perché la natura umana è solo quella descritta perfettamente da Genesi ed Ecclesiaste. Vennero gli scienziati, e la modernità progressiva della ragione: ogni frutto poteva essere liberamente gustato, fuori che quell’unico che frate Giordano aveva preteso di suggere e che l’aveva condannato al rogo. Vennero, tremanti,  i filosofi, che proprio dell’uomo parlavano invece, a confermare con gli strumenti sopraffini della logica e della dialettica razionale, che la realtà e l’uomo non possono essere ontologicamente uno, perché l’uomo e il reale è due. Non l’aveva forse già detto Platone? E lo stesso Cartesio? E poi, addestrato all’astrazione totale e oscena del Talmud, venne Spinoza, ancora più radicale perché troppo diffidente di quel tanto di corpo che ancora residuava nella res extensa, a costituire l’opposto assoluto di Giordano, una visione immateriale e spiritualistica, che tanti poi starnazzanti si sono affrettati a dichiarare derivante da quella del Nolano. Per stupidità o per ingannare tutti: una visione in cui il corpo e la materia diventano un accidens, insignificante, perché precario e provvisorio. Perché solo dio è, veramente. Da loro prenderà poi vita l’hegelismo e l’heideggerismo. Il corpo umano di gioie dolori immagini e pensieri e vita diventerà alla fine combustibile per i forni crematori. Perché, tanto, non è.

E dalla terza via, per quei giovani popoli che dovevano finalmente affrancarsi dalla miseria di cardi e radici dalle quali provenivano, per quelli – ed erano tanti – che pensavano di poter fare a meno di ubbìe metafisiche e si appagavano di birra e di carne di montone, vennero, obbedienti, gli sterminatori di selvaggi e gli schiavisti, quelli del capitalismo trionfante, i positivisti di un uomo che è tutto, e solo, corpo e necessità. C’è una lotta naturale del più violento  per la sopraffazione di chi lo è meno. Anche loro affollavano i templi, ma per loro l’officiante era lo stesso che armava di cannoni i galeoni. Vennero i pensatori empiristi e utilitaristi, gli anglosassoni. E poi, più tardi, convinti di combattere contro quelli, “l’opposto che opposto non era: anche per i comunisti infatti la realtà umana è solo bisogni, calorie e proteine. Non tanto differenti, in fondo, gli uomini dagli animali. Solo un po’ più efficienti e con bisogni un po’ più complessi.

Tre vie sinergiche per finirla davvero con quest’uomo che aveva osato pensare una materia umana non serva di dio perché divina essa stessa. Che aveva osato capire e dire che il cristianesimo è la modalità storicamente più nemica ed oppressiva della realtà umana.

Frate Giordano senza alcuna speranza ma – incredibilmente – non disperato, cammina verso quelle fascine accatastate. E la sua vita, con tutta la gioia che quel corpo ha provato, sparirà del tutto e per sempre. Lo seppe accettare, con una ampiezza di pensiero che è impossibile per noi raffigurarci. Avrebbe cessato di esistere, di lì a poco, e lo sapeva bene perché l’aveva scritto nelle proprie opere.

 

Per accettarlo dovette concepire una immagine, pur evanescente e imprecisa, che per quella stessa via del Pellegrino altri passi un giorno sarebbero risuonati, che un giorno altre donne e altri uomini ci sarebbero stati.

Per loro si poteva anche dare la vita. Tutto ciò che uno ha.

Se noi oggi qui parliamo di lui è perché il disegno mostruoso di annullamento del pensiero di un uomo per i propri simili, in  quattro secoli, non è riuscito a trionfare. Perché noi, qui, ci siamo, con la schiena ben dritta e nonostante le nostre cicatrici, forti come nuovi bambini forti, bambini di un epoca che ancora non c’è, ma che ci sarà. E con noi la pittura di Roberta, irriducibile e superba, e non solitaria, vive.

Fulvio Iannaco


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