Nasce da dentro

PALAZZO VENEZIA

ROMA
aprile – maggio 2009

Grafica Formia

testi
Michele Ciliberto
Silvia Chiodi
Giovanni Pettinato
Antonio Di Micco
Fulvio Iannaco

ipaziada “PRESENTAZIONE”

L’arte di Roberta Pugno si nutre di molteplici e complesse esperienze. Questa mostra ne è una chiara dimostrazione attraverso il percorso, arduo ed esaltante al contempo, concepito dall’artista come un vero e proprio itinerario spirituale che conduce il visitatore portandolo verso una sorta di riflessione concatenata, al punto che è possibile vivere un tal genere di approccio in modo nuovo e insolito. La Pugno dichiara con estrema chiarezza e felice entusiasmo le proprie fonti di ispirazione che spaziano tra tempi, luoghi e personaggi sovente remoti o remotissimi e pure in realtà incombenti, nel senso più alto e più bello, sul nostro immaginario e sulle nostre più profonde aspirazioni. Chi ha seguito fino a oggi il cammino dell’artista conosce già bene tali fonti di ispirazione. La Pugno ha infatti individuato, alle origini stesse del nostro sapere e del nostro sentire, miti antichissimi come quelli di Gilgamesh e Enkidu, figure emblematiche che confinano quasi col mito come quella, meravigliosa, di Ipazia, personalità inquiete e potentissime, come quella di Giordano Bruno.
Tutto, però, si concentra in una ardente energia espressiva che l’autrice domina con la forza della ragione e con la semplicità del sentimento conseguendo un livello stilistico di assoluta evidenza e raffinatezza proprio quando va a toccare tematiche di universale interesse. Il percorso della mostra comincia da quella dimensione che la pittrice definisce “materia” e termina in quella che è l’istanza più alta e forse inattingibile che l’autrice denomina “infinito”.
Il percorso è poi scandito da una sorta di “stazioni” all’interno delle quali emergono di volta in volta elementi significativi che spingono sempre avanti l’anelito del raggiungimento di sé, di una commistione tra esperienza concreta e superamento metafisico, dell’approdo a una superiore saggezza dove risiede il potere autentico dell’arte.
E certamente la Pugno è integralmente sprofondata nel linguaggio artistico e veicola tutte le sue vaste cognizioni in una unità espressiva degna della più grande attenzione da parte di chi si ponga davanti alle sue opere. Non è un’artista facile. Pretende dal suo osservatore una tensione morale e una dedizione all’arte che debbono essere assolute.
Ma l’osservatore ne è totalmente ripagato scoprendo come, in arte, la più “difficile” delle costruzioni possa sciogliersi immediatamente nell’altro da sé, diventare evidenza e chiara percezione della verità delle cose, un privilegio che è concesso a chi, come la Pugno, vive l’avventura artistica in maniera totalizzante e come tale la propone alla nostra convinta attenzione.

Claudio Strinati

da “SINUS PHANTASTICUS”

…È chiaro dunque il “circuito” costituito da Bruno: dall’universo a Dio, da Dio all’universo, attraverso un movimento inesauribile di immagini al centro del quale stanno l’uomo e l’infinita capacità della sua immaginazione. Qualunque sia il punto di vista che si assume – sia esso soggettivo oppure oggettivo – la realtà è costituita da immagini infinite ed inesauribili le quali, come specchi, si rifrangono le une nelle altre producendo un infinito universo di luce, siano esse sorgenti luminose, cioè soli; oppure superfici illuminate, cioè terre; che come acque rifrangono l’infinita potenza del sole.
In questo modo Bruno trasforma, da un lato, l’universo in una realtà totalmente luminosa; dall’altro, l’uomo in purissimo “occhio” in grado di cogliere – attraverso l’immagine dell’universo – l’unità di tutta la realtà….
La verità si avvicina e si allontana in un ritmo senza fine e ogni qual volta l’uomo cerca di compiere questa esperienza deve guardare nel profondo di se stesso, e di lì far scaturire le immagini che possono aprirgli, come in un flash, lo spazio infinito della verità. Bruno, come è noto, amava intagliare i legni da cui venivano tratte le immagini presenti in alcune delle sue opere più importanti (ci sono riproposte ora da Roberta nelle quattro “Xilografie”), tanto era alto il valore che attribuiva loro; ma il sinus phantasticus da cui esse sgorgavano era anzitutto interiore e come tale, nella sua profondità, “infigurato”, né facilmente “figurative”, senza uno sforzo straordinario spinto fino a correre anche il rischio del “disquarto” di sé.
Merito straordinario di Roberta Pugno e del suo lavoro è di essere sprofondata in questo sinus phantasticus e di aver dato forma e figura ad alcune delle immagini di Bruno più intense e affascinanti. Mi riferisco al “De umbris idearum”, al “De gli eroici furori” o “A l’infinito m’ergo”. In questo senso ha ridato vigore al vecchio, glorioso motto: ut pictura poesis, riconcependolo sulla scia di Bruno, in modi nuovi: ut pictura philosophia. Perché – come egli spiega in un testo assai denso – poesia, filosofia e pittura sono in essenza una sola cosa, unum et idem.

Michele Ciliberto

da “EGLI VIDE COSE SEGRETE”

Il dio Sole ricorre spesso nelle opere di Roberta Pugno che ama trarre ispirazione dagli antichi poemi sumerici e assiro-babilonesi. In questa mostra, il Sole, Utu per i Sumeri, Shamash per gli Assiri e i Babilonesi, risulta strettamente legato ad un mitico personaggio: Gilgamesh, re di Uruk, le cui gesta vengono narrate nella Saga a lui intitolata e nei sette poemi. Il Sole, secondo gli antichi, ha sempre accompagnato il viandante, indicandogli la strada e preservandolo da tutti gli attacchi. Gilgamesh nelle sue peregrinazioni è in un certo qual modo un viandante, da qui il suo stretto legame con il Sole.
La prima raffigurazione di Shamash che la Pugno ci propone è in realtà il suo giardino, il luogo che Gilgamesh raggiunge durante la sua disperata ricerca della vita eterna, dopo aver attraversato per dodici doppie ore le viscere della montagna.
In questa seconda opera della sezione Nasce da dentro, il cerchio rappresenta il giardino del Sole al cui interno, lungo una spirale, ruotano i triangoli del tempo; quel tempo necessario per giungere nel luogo in cui la vista è abbagliata dallo splendore e dalla lucentezza delle pietre preziose che brillano tra le fronde degli alberi. La rotazione dei triangoli come movimento a spirale è forse la memoria delle dodici doppie ore che Gilgamesh ha impiegato per attraversare le viscere della terra. Il visitatore che vuole percepire l’immaginario di Roberta deve sapersi perdere nelle spirali del tempo e nei movimenti della sua geometria….
…Enkidu, “seme del silenzio, figlio di Ninurta” creato dagli dei per contrastare l’ardore del re di Uruk. Ma Gilgamesh, dopo una furiosa lotta in cui per la prima volta perde, lo sceglie come amico. Sarà proprio la sua morte a condurlo alla ricerca della vita eterna. Dalla Saga assiro-babilonese Tavola X righe 72-73: Ed io non sono come lui? Non dovrò giacere pure io e non alzarmi mai più per sempre?
La pittrice rappresenta Enkidu aggrappato, non sappiamo a cosa, con una espressione tra lo spaventato e l’aggressivo. Non possiamo non immaginarlo nella Foresta dei Cedri, incompagnia di Gilgamesh, mentre si appresta a combattere il mostro Hubaba…
…La conchiglia posta accanto al trittico del “Capricorno”, e che prima avevamo descritto come “fossile ruotante”, ci appare ora, nella sezione Il mondo della sensibilità, come il particolare di un altro cerchio luminoso, colpito da raggi radianti che partono da un cuore asimmetrico per diradarsi al di fuori del cerchio stesso verso l’infinito.
D’altronde nel famoso mappamondo babilonese il cammino del Sole è descritto e immaginato diretto verso terre lontane e sconosciute.
Ispirarsi al mondo antico da cui trarre alimento per l’arte è dunque una caratteristica peculiare di Roberta Pugno. Attraverso di lei opere del passato, anche quelle sconosciute o dimenticate dal grande pubblico, entrano, o rientrano, nelle nostre case interpretate in chiave moderna e riviste alla luce del pensiero dell’artista.

Silvia Chiodi
Giovanni Pettinato

da “PITTRICE DEL NON VISIBILE”

Idee-immagini
Il titolo della mostra “Nasce da dentro” e le opere che Roberta Pugno propone a Palazzo Venezia ci guidano verso quel versante della creazione artistica in cui il fare nasce dalla dimensione profonda dell’autore. “Nasce da dentro” è un racconto che percorre le linee delle dimensioni umane più nascoste.
Se è rassicurante e gratificante dare forma e colori a realtà presenti e percepibili, è invece inquietante e certamente coraggioso rendere concrete, e quindi percepibili, forme non ancora esistenti, trasformando idee-immagini interne in immagini concrete, accessibili a tutti.
Non esistono uomini rossi, giganti di fuoco, volti femminili immensi, sguardi verdi di donna, gialle atmosfere da attraversare o lunghe linee luminose in cieli neri.
Sono forme che troviamo nei sogni, o nelle favole…
Roberta, questa pittrice dell’invisibile, ci dice che sono immagini legate alla storia del pensiero umano, alla filosofia, a quell’interrogarsi ininterrotto che l’uomo fa da sempre su se stesso. Crescono allo stimolo di una parola o di un concetto (vitalità, principio di contraddizione, simultaneamente la luce) o di una dimensione storica (animismo, sciamano, donna-strega).
Per oltre dieci anni l’artista ha lavorato anche sul pensiero di Giordano Bruno…ora ci presenta nuove immagini realizzate per questo evento. Accanto alle “Xilografie”, al “Sigillus sigillorum”, al grandioso “Giordano Bruno”, esposto per la prima volta al Vittoriano, e ora circondato dalle minacciose “Sedie dell’Inquisizione”, troviamo una nuova formulazione del “De umbris idearum” e del “De gli eroici furori”, simboli visivi delle due grandi forme di conoscenza proposte dal filosofo nolano.

Il viaggio
Ma iniziamo ad attraversare questo mondo di immagini “irreali”, create per questa grande occasione, vero punto di arrivo artistico, ma, ne siamo certi, altrettanto importante punto di partenza.
Decine di tele e tavole ci vengono incontro come stimoli forti e ravvicinati l’uno all’altro, uno dopo l’altro, l’uno esistente proprio perché dopo c’è l’altro, quasi fossimo dentro ad una delle più antiche dimensioni dell’uomo: il viaggio.
C’è un inizio, Materia, e una fine, Irrazionale, e tra i due punti estremi si srotolano come in un papiro le tappe dell’evoluzione a cui Roberta via via approda. Sono nove, e hanno titoli visionari: Materia appunto, Reazione alla luce, Nasce da dentro, Animismo, Sciamani, Il mondo della sensibilità, Giordano Bruno, Infinito, Irrazionale.
Sono nove archi di cerchio, tutti diversi tra loro, ma che, collocati di seguito in una strana geometria alchemica, vengono a formare una spirale che porta, diciamo noi, ad una nuova conoscenza degli occhi e del pensiero.
Lasciando la visione dall’alto, e, ponendoci di fronte, il forte impatto della mostra scioglie l’immagine della spirale in un’altra, prepotente e simbolica: una grande porta ad arco.
Le prime tre sezioni possono allora essere lo stipite, a sinistra. Le tre successive, l’arco di volta della porta. Animismo, Sciamani e Il mondo della sensibilità diventano l’altro stipite, a destra. E Giordano Bruno, incastonato in alto e in centro, diventa la chiave di volta che, magicamente, sorregge tutto.
Ma dove porta questo passaggio?
Le ultime due sezioni ce ne fanno intravedere il percorso: Infinito e Irrazionale.
Ecco allora che la mostra può essere pensata come un viaggio verso la dimensione “infinita” del non razionale, un viaggio nel tempo interno, in quella profonda dimensione umana che è il movimento del pensiero, il fluire invisibile e inconscio della identità e dei rapporti.
Così Roberta inizia raccontandoci di una materia “intelligente”, di una nascita umana che è per reazione allo stimolo della luce, di una origine del pensiero che è per trasformazione della realtà biologica. E poi Nasce da dentro, l’azzurro, il rosso e il nero: la fonte della vita e della creatività è dentro all’essere umano. La sua nascita non è castrazione o impotenza, ma dimensione di potenzialità e capacità.
Dove trova la forza per dire tutto questo? Chi mai la può legittimare? E allora noi immaginiamo la pittrice fermarsi per un attimo, voltarsi indietro…e trovare la storia, la conferma della storia. L’antico mondo dell’animismo dove coscienza ed inconscio erano fusi, dove l’incomprensibile della natura e dell’altro erano stimolo per inventare miti, personaggi o dei.
Il mondo dello sciamano, di colui che, in tempi lontanissimi ma presente in ogni dove della terra, fronteggiava il pericolo e la malattia facendosi tramite tra l’uomo e il sovrannaturale.
Il mondo della sensibilità delle donne, la loro recettività, la capacità di sentire e di reagire.
Ecco allora la ribellione dei sabba, le sfrenate danze notturne, ma anche le antiche donne che raccoglievano le erbe per curare, le maghe, le sibille, le mille e mille donne ribelli che chiamavano streghe.
Infine lei, Ipazia, la scienziata egizia che sfida la cultura, la religione e gli uomini.
Ipazia, immagine tra tutte le immagini, sintesi al femminile del pensiero geniale.
E a proposito di genialità, risponde, subito dopo, Giordano Bruno. Le opere che Roberta gli dedica ci emozionano ogni volta.
Rimangono davanti a noi, ancora mute, Infinito e Irrazionale, l’orizzonte indistinto oltre la soglia della porta.
Due temi complessi, una ricerca difficilissima. Forse, per affrontarli, dobbiamo prendere nuovo slancio e ripartire, immagine per immagine, ancora una volta dall’inizio, scivolando da un’opera all’altra con passo leggero.

Le opere

Materia
In “Materiamatrice” il rosso è più forte che mai e dà forma, con quel triangolo centrale che emerge dal magma incandescente, all’idea che la materia è realtà germinatrice di vita.
Subito dopo “Non ancora” accenna, col suo segno scuro nella tormentata superficie bianca, le potenzialità dell’indistinto. “Imusmis”, prepotente dittico asimmetrico, apre i suoi centri concentrici alla conoscenza di sé: imusmis, il bruniano “Il fondo di me”.
Infine, denso come miele, ecco il lungo rettangolo di “Lasciarsi portare”. Ci parla di recessività, ma ci ricorda anche Psiche, portata dal vento nella favola di Apuleio.

Reazione alla luce
L’esplosione bianca di “Carica originaria”, colore raro nelle opere di Roberta che lo stende se mai in grandi campiture per essere pagina o papiro su cui tracciare segni, ha la stessa forza del rosso.
Rappresenta la vitalità materiale, come quando ci si prepara a vivere la vita.
Nei “Due suoni” troviamo il primo accenno alla dualità, alla diversità. Due segni, due ideogrammi rubati al mondo primitivo, uguali nel colore e nel tratto, diversi nella forma.
Il femminile e il maschile? “Simultaneamente la luce”: ora, disegnate con più nettezza, due forme lunghe e strette si immergono in un quadrato giallo. O ne emergono. Anche qui, come accade spesso, la stessa figura sembra contemporaneamente avvicinarsi o allontanarsi, apparire o sparire. Sappiamo che è in movimento, ma non sappiamo verso dove. E a tal proposito ci piace ricordare che nell’etimologia di simultaneamente c’è sia l’idea del tempo che quella dell’immagine.
Con fatica riconosciamo il profilo maschile de “L’uomo rosso” che, pensiamo noi, sorride ad una nuova vita. E’ l’uomo che vede il bambino, o è il bambino che vede in controluce il primo volto?

Nasce da dentro
Il successivo è invece un profilo preciso, “Immergersi”. Un volto di donna che scende nell’acqua…ed è linea che si confonde in colore. Così il suono, quello reale, percepito, che in una fusione originale esce dall’opera (lo scorrere del mare, il battito del cuore, una voce femminile) ci fanno da ponte all’azzurro de “La prima immagine”.
E se riusciamo ad attraversare la stretta fenditura che divide in due il rettangolo blu, ecco che noi, come Gilgamesh che ha percorso le viscere della terra per dodici doppie ore, giungiamo al “Giardino del sole”. In questo tondo dorati triangoli vibrano nelle infinite direzioni del cerchio: le mille capacità della nascita.
Da ultimo il prepotente dittico che dà il titolo a tutta la mostra, “Nasce da dentro”. L’immagine ha un preciso rigore interno. Un quadrato oscilla nel nero: alla pulsione di annullamentocontro la realtà materiale esterna (il nero) si lega il rosso della vitalità.

Animismo
La delicatezza della figura femminile contrasta con la severità del rettangolo verde: “Psiche”. Lei scivola in un elemento indefinito, forse acqua, forse aria, forse…
Di certo, come dicono, in un tempo lontano coscienza e inconscio erano fusi. Di certo, come dicono, in un tempo della vita umana coscienza e inconscio sono fusi. La natura e l’essere umano possono sedursi. Acqua, aria: la donna. Terra e fuoco, l’uomo.
Così ci dice Roberta. E “Il signore del fuoco”, superbo oltre ogni misura, e il “Capricorno”, l’enigma risolto, ci fanno entrare nel mondo degli sciamani.
La voce di chi sa, la voce di chi cura: “Voce di lava”. Il rosso della linea che percorre il tondo e il trittico diventa pura forma in “Enkidu”, l’uomo primitivo, colui che diventa uomo civile dopo aver fatto l’amore con Shamkhat, per sei giorni e sette notti.
“Tu porti lo splendore della terra come fosse un manto”, Gilgamesh è l’eroe sumerico che cerca l’immortalità e trova la conoscenza.
La spina dorsale dei cerchi che emergono dalla notte dicono di una identità conquistata.
Bello, grande, indefinito: lo “Sciamano” continua ad andare…e a cercare…cercare.
E poi un trittico: “Andare e tornare” e il suo sottotitolo ”Il giorno. La porta dell’invisibile.
La notte”. Con tre immagini astratte ci viene raccontato il pensiero del giorno, e quello, diverso e sconosciuto, della notte, a cui si accede, ancora una volta, attraverso una porta. “Andiamo e non torniamo medesmi” dice Giordano Bruno.

Il mondo della sensibilità
“Sibilla”, un nuovo volto femminile emerge e ci interroga. O forse risponde alle nostre domande lasciandoci perplessi con nuove domande.
Un altro richiamo ai Sumeri: “Shamash Dio Sole”… i popoli della scrittura dicevano che Shamash era figlio di Sin Dio Luna, cioè facevano nascere la veglia dalla notte e dal sonno.
Ma ancora magia: tre cerchi concentrici fluorescenti ed ipnotici alludono al ruotare sfrenato delle danze del sabba. Le fermerà la chiesa.
E così “La maga”, china per un gesto misterioso in cui intelligenza e leggerezza si fondono.
In “Risonanza”, densa materia dorata prende dentro di sé la traccia lasciata da due pensieri diversi. Le figure stilizzate di “Simultaneamente la luce” diventano ora linea.
Ipazia e Giordano Bruno. “Ipazia”, stendardo e manifesto, posizionata all’origine della mostra, suo simbolo e suo significato, accoglie i visitatori, forte e fiera che si possa, tramite le mani di una pittrice, rinascere. Essere.
Ipazia e Giordano Bruno: milleduecento anni di distanza, ma simili nella certezza dell’identità, ma uguali nella tragica fine della vita. Roberta afferma che non serve a niente distruggere il corpo. Il pensiero, ce lo dicono le immagini successive, è infinito.
Ed eccoci sulla soglia, capaci di vedere con una nuova sensibilità la realtà non materiale che forse solo gli artisti e i poeti sanno attraversare: l’Irrazionale e la sua dimensione, l’Infinito.

Infinito
Non l’infinito in senso spaziale, quello di Giordano Bruno o quello di Einstein, non l’infinito della vita umana, l’eternità, quella che cercava Gilgamesh o quella del Faust di Goethe.
Parliamo dell’infinito cui allude Omero, il luogo indefinito, l’Απειρα?η, il luogo della fantasia. L’infinito delle possibilità umane quando la mente crea e ricrea situazioni e rapporti sempre nuovi.
Se è vero che l’idea di infinito è sempre presente in Roberta per quei suoi universi stratificati, per quelle sue galassie lucenti, per quel suo frequente offrire una “parte” per alludere al “tutto”, ora la ricerca è più serrata, ed è finalmente la linea, questa straordinaria invenzione umana, infinita per definizione, la grande protagonista delle nuove opere.
Nel quadrato azzurro “Tempo interno” linee leggere segnano il tempo circolare e formano larghe spirali capaci di illuminarsi, come il ritmo delle idee, ad ogni loro curvarsi nella materia. Il finito, il materiale, il misurabile sono gli oggetti della conoscenza razionale che sa soddisfare i bisogni e curare le malattie del corpo. Ma l’infinito, l’immateriale, l’immensurabile, cioè a dire l’indimostrabile, sono oggetti della conoscenza non razionale, di quella realtà irrazionale che muove gli affetti e il rapporto con gli altri, quella che cura le malattie del pensiero. Ed è una realtà che poggia su leggi diverse, su metodi completamente diversi.
Il principio di contraddizione, la dialettica, il metodo deduttivo: la pittrice sintetizza questi concetti in un’altra opera azzurra: “Principio di contraddizione”. Due linee luminose nello spazio blu della mente si avvicinano per un attimo, incontrandosi. Poi proseguono, ma la loro direzione non è più quella di prima. Due elementi diversi possono incontrarsi. Devono incontrarsi. L’elisione di uno dei due non è inevitabile: vita tua vita mea.

Irrazionale
Non è nel pensiero cosciente la fonte delle immagini, dice la pittrice, e noi possiamo unirci dicendo che non è nel pensiero cosciente la fonte della scrittura che, appunto, usa la linea, anzi, che è linea spezzettata. Irrazionale: origine misteriosa, fonte inesauribile nascosta alla coscienza di tutti, sconosciuta spesso anche all’artista che crea.
Così, prendendo coraggio per un grande salto finale, possiamo dire che il diverso da sé, lo sconosciuto, l’irrazionale, per Roberta, è il maschile, l’immagine maschile…
Ed è all’ultima parete della mostra che l’artista affida le sue opere più forti.
“Ogni volta diverso”: l’incontro, finalmente manifesto, di un uomo e di una donna…lo sciamano e la sua donna…l’eroe e la compagna tanto amata…noi e il nostro sconosciuto.
“Il coraggio del poeta”: tre libri d’oro accolgono i segni stranieri incisi da chi parla con la poesia…e noi vediamo gli infiniti cerchi concentrici che, allargandosi ad ogni goccia che cade, vagano oltre la cornice.
“L’interprete dei sogni”: misteriosa forma notturna di chi sa della realtà umana, di chi pretende di conoscere lo sconosciuto, che dicono inconoscibile.
Infine, l’ultima opera: “Vitalità”. Una esplosione di rosso in tutte le sue declinazioni, intorno e sopra a un mondo giallo di luce. E qui, rubando a Picasso, vogliamo dire che ci troviamo, davvero storditi, di fronte a quella cosa invisibile, ma certa, che è la gioia di vivere.

Antonio Di Micco


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